Flavio Bucci, l'attore come cattedrale

Venerdì, 25 Luglio, 2014 - 07:30

di Raffaele Rivieccio

L'attore è come un'architettura, come un palazzo, come una Casa che di volta in volta ospita il personaggio da interpretare. Spesso lo avvolge in confortevoli mura che ne rispecchiano al meglio le caratteristiche, altre volte invece il personaggio deve adattarsi agli ambienti, agli arredamenti che l'attore gli offre. Magari inizialmente il personaggio è in difficoltà, entra in reazione, vorrebbe fuggire da quella Casa ma poi, se resiste, trova gli stimoli per arricchire la propria personalità, il proprio carattere. E noi pubblico, visitatori di questi edifici, di questi appartamenti, apprezziamo di più i personaggi che si accomodano in quelle abitazioni che li fasciano a pelle, mimeticamente, oppure i personaggi che hanno dovuto mutare la loro anima, forse arricchendola, adattandosi alle inedite geometrie esistenziali che li ospitano? Insomma, fuor di metafora, è sempre la stessa antitesi  tra attore creativo, espressionista ed attore realistico, stanislavskijiano.

E Flavio Bucci come si colloca  all'interno di questa dialettica? Il suo edificio  è un'accogliente dimora o un duro giaciglio tra spoglie pareti? La sua fisiognomica ardita come una cattedrale gotica o come la Sagrada Familia, farebbero pendere per la seconda possibilità. Un volto eccentrico, eccezionale, espressivo e suggestivo, quasi scolpito nel duro legno o forgiato nel metallo. Lontanissimo dall'adattabilità di certi attori dal viso comune e proprio per questo rappresentativo di una area mediocritas. E si badi bene, area e non aurea. E' il viso invece quasi  martiriale di Bucci a possedere l'aurea, un carisma magnetico nei confronti dello spettatore.  

La recitazione sghemba e convulsa in Ligabue; lo stalker metafisico ne La proprietà non è più un furto; il santo blasfemo ne Il Marchese del Grillo; il molisano e borbonico Ingravallo in Quer pasticciaccio brutto de via Merulana; solo per citare alcune interpretazioni, sono film in cui Bucci lavora sul personaggio distorcendo, mettendone a tensione, fino a quasi lacerarli, i tratti caratteriali e la mappa somatica che li copre come un mutante Sindone.  In altrettanti altri film però, Bucci decide di assecondare con grande realismo se non severità il personaggio, lavorando per sottrazione, eliminando ogni artificio recitativo se non strettamente necessario. E' un Bucci realistico, "narrativo". Pensiamo, ad esempio, al partigiano "intimista" in Uomini e no,  al sacerdote inspirato in Don Luigi Sturzo oppure, più recentemente, al mimetico Franco Evangelisti ne Il Divo, in cui definisce con grande precisione un ruolo seppur grottesco. Ritornando alla metafora, Flavio Bucci, come pochi grandi attori, è Palazzo, Reggia, e può decidere, di volta in volta, come ospitare i personaggi che esplora. Talvolta aderendovi con  il puntiglio ed il rigore del Metodo, altre volte con l'invenzione, l'antirealismo o l'iperrealismo dell'attore all'italiana, non interpretando il personaggio ma costruendolo, facendolo esplodere in modo imprevedibile.

Flavio Bucci è moderno ed antico, arcaico, al tempo stesso. La sua recitazione, assolutamente personale e non accomunabile a nessun altro attore,  reca echi di antichi riti pagani, delle tarante, di un'antropologia meridionale preunitaria, anti illuminista. Sono queste le stanze più buie della "reggia bucciana", quelle in cui il personaggio assorbe le risonanze più profonde, anche inquietanti ma che hanno reso Flavio Bucci uno degli attori più originali ed affascinanti degli ultimi decenni. E a un artista di questo spessore MoliseCinema non poteva non rendere omaggio nella “sua” Casacalenda.

 

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