È il film che, dal dopoguerra, ha definito per sempre l’italianità nel mondo, il grande romanzo cattolico che la nostra letteratura del Novecento non ci regalò, una pietra miliare con influenze incalcolabili per il cinema futuro, un totem monumentale con cui ogni regista, a prescindere dal film che farà, è chiamato a confrontarsi.
Perché La dolce vita ha archiviato il neorealismo, stravolto le trame (più un album di episodi con un solo protagonista che una storia lineare), aprendo le vie del nostro cinema allo scandaglio intimista; ha autorizzato i nostri registi a pensare in grande, a piegare la macchina industriale alla propria visione e a “mettersi in competizione con Dio”.
Ha creato neologismi, sdoganato termini e mestieri (Paparazzo); fatto incontrare la civiltà contadina con quella dello spettacolo; elevato Fellini a nostro “autore” massimo, non più mestierante inclassificabile perché né comunista né democristiano, né comico né neorealista; reso per sempre Roma uno scintillante labirinto di perdizione che si distende da Piazza del Popolo a Via Veneto alla Fontana di Trevi, alle campagne, al mare di Ostia; sconfinato la possibilità di filmare l’eros; reso Mastroianni divo riluttante, sex symbol suo malgrado e capro espiatorio delle speranze di benessere tradite dal boom.
La sua formidabile squadra di sceneggiatori (Pinelli, Flaiano, Rondi e lo stesso Fellini) ci ha lasciato, infine, battute insuperabili e infatti mai più superate: «questo non è amore, ma abbrutimento!», «Siamo rimasti così pochi a essere contenti di noi stessi!» e «Chi cerca Dio lo trova dove vuole».
È questa la dolce vita di Marcello Rubini, scrittore di velleità letterarie che spreca la vita sui rotocalchi, perso, com’è, nel vortice del sottobosco cinematografico romano. Rincorre la straripante Sylvia (Anita Ekberg) più un archetipo che una donna, ne scaccia un’altra che lo ama con tenerezza, perde amici e mentori, cerca il peccato orgiastico, trova il pentimento, anela la redenzione e rimpiange la purezza di una bambina.
Inutile annoverare l’incetta di premi che raccolse in tutto il mondo (da Cannes agli Oscar) o il polverone che accompagnò il film prima, durante e molto dopo l’uscita in Italia: enorme furono gli incassi, ma anche la fanfara di pettegolezzi, anticipazioni, soffiate, censure e contro-censure, interrogazioni parlamentari, tagli, divieti, applausi, fischi, stroncature della critica che fluirono, per anni, a fiumi.
Più di sessant’anni dopo, rimane un sogno funambolico di un regista a disagio nel suo mondo, una magniloquente reinvenzione di una realtà magmatica, frenetica e contraddittoria, un’abbagliante seduta spiritica e irredenta, un’opera epocale, un film-Mondo calato in un’Italia stravolta, non più contadina ma accecata per sempre dal sogno di celluloide di una vita poco dolce e molto amara.
Rivedremo La dolce vita domani 5 agosto al Cinema-Teatro Flavio Bucci, alle 10:30.

