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Retrospettiva MC 2026. Le notti bianche (1957)

In una Livorno plumbea e notturna, Mario l’impiegato incontra la candida Natalia, una giovane che attende sul ponte il ritorno del suo grande amore.

Nel corso di quattro notti, tra confidenze e passeggiate, Mario si innamora di lei, sperando che l'attesa della ragazza sia vana e che scelga definitivamente lui.
Tre anni dopo Senso (1954), Luchino Visconti sceneggia con Suso Cecchi D’Amico il celebre romanzo di Fëdor Dostoevskij, trapiantandolo in una Livorno caliginosa ricostruita tutta in interni con la consueta cura maniacale per le scenografie. Il libro perde la prima persona e molto del suo spirito idealizzante, s’imbeve ancor più di malinconia e senso di solitudine, con una protagonista (la platinata austro-svizzera Maria Schell) meno innocente, più padrona di sé e un sognatore respinto che rimane senza speranza, senza illusioni né consolazione.
Snobbato in primis dalla critica perché privo di mordente ideologico, poi rivalutato come opera di grande intimismo e di insuperata direzione attoriale, rappresenta una cerniera tra il Visconti dei primi Cinquanta e i fasti, poi, dei Sessanta planetari con Il gattopardo e Rocco e i suoi fratelli.
Arrivò il Leone d’Argento alla Mostra di Venezia 1957 e tre Nastri d’Argento l’anno successivo, tra cui uno per Marcello Mastroianni, che ritrova qui il suo maestro di teatro, abbandona la leggerezza delle precedenti commedie sentimentali per votarsi a una prova dolente, ammalinconita e calibrata da amatore triste che tante fortune avrà, poi, nei suoi film successivi.

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